Hantavirus: crociere, voli e roditori. Il punto di vista dell’infettivologo pediatrico.
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A cura di Lorenzo Tavernaro
L’attenzione recente verso gli hantavirus è legata a un cluster internazionale di infezioni da Andes virus associato a viaggio su nave da crociera. Secondo gli ultimi aggiornamenti OMS, l’evento ha coinvolto 11 casi complessivi, con 3 decessi; tutti i casi confermati sono stati identificati come infezione da Andes virus mediante PCR specifica o sequenziamento. L’OMS ha valutato come “basso” il rischio per la popolazione generale globale, mentre il rischio per passeggeri ed equipaggio della nave è stato considerato “moderato”.
Gli hantavirus sono virus zoonotici della famiglia Hantaviridae, ordine Bunyavirales. Il reservoir naturale è rappresentato da roditori selvatici, nei quali l’infezione tende a essere persistente e paucisintomatica. L’infezione umana è generalmente accidentale e consegue soprattutto all’esposizione a urine, feci o saliva di roditori infetti, in particolare mediante inalazione di aerosol contaminato o contatto con superfici contaminate. Il morso di roditore è una via possibile ma meno frequente.
Il quadro clinico e la distribuzione geografica variano in funzione della specie virale. Nelle Americhe gli hantavirus sono associati prevalentemente alla sindrome cardiopolmonare da hantavirus, indicata dall’OMS come HCPS/HPS; in Europa e Asia predominano invece le forme di febbre emorragica con sindrome renale. L’OMS stima che le infezioni da hantavirus siano globalmente non comuni, ma associate a letalità rilevante: inferiore all’1–15% in Asia ed Europa e fino al 50% nelle Americhe; per l’HCPS la letalità è comunemente riportata tra il 20% e il 40%.
Andes virus è un orthohantavirus presente in Sud America, in particolare nelle aree di Argentina e Cile. Costituisce un’eccezione rilevante nel panorama degli hantavirus perché, a differenza della maggior parte degli altri membri del gruppo, è documentata una trasmissione interumana limitata. L’OMS sottolinea che tale trasmissione rimane non comune e si associa soprattutto a contatti stretti e prolungati, in particolare in ambito domestico o tra partner, con maggiore probabilità nelle fasi iniziali della malattia. La trasmissione nosocomiale è possibile ma rara quando vengono applicate misure appropriate di prevenzione e controllo delle infezioni.
Nel cluster segnalato nel 2026, l’ipotesi di lavoro dell’OMS è che il primo caso abbia verosimilmente acquisito l’infezione prima dell’imbarco, attraverso esposizione ambientale durante attività svolte in Argentina. Le informazioni epidemiologiche disponibili indicano successiva trasmissione interumana a bordo, in base ai legami documentati tra alcuni casi successivi e il caso iniziale e alla compatibilità temporale con il periodo di incubazione noto per Andes virus. Le indagini epidemiologiche e di sequenziamento sono tuttora considerate necessarie per definire con maggiore precisione le catene di trasmissione.
Il periodo di incubazione indicato dall’OMS è generalmente compreso tra 1 e 6 settimane dopo l’esposizione, con possibilità di comparsa dei sintomi già dopo 1 settimana e fino a 8 settimane. La fase iniziale è aspecifica e può includere febbre, cefalea, brividi, mialgie e sintomi gastrointestinali quali nausea, vomito, diarrea o dolore addominale. Nella forma cardiopolmonare la progressione può essere rapida, con tosse, dispnea, edema polmonare, ipotensione e shock.
La diagnosi precoce è complessa perché l’esordio clinico può mimare altre sindromi febbrili o respiratorie, incluse influenza, COVID-19, polmoniti virali, leptospirosi, dengue. Il sospetto deve quindi integrare anamnesi epidemiologica, esposizione a roditori o ambienti potenzialmente contaminati, provenienza o viaggio in aree endemiche e contatto con casi probabili o confermati.
La conferma di laboratorio si basa su test sierologici, con identificazione di IgM specifiche o incremento dei titoli IgG, e su metodiche molecolari quali RT-PCR nella fase acuta. I campioni biologici non inattivati devono essere considerati a rischio biologico e gestiti con adeguate condizioni di contenimento e trasporto in triplo imballaggio.
Non esistono, allo stato attuale, antivirali specifici autorizzati né vaccini approvati per l’infezione da hantavirus. Il trattamento è di supporto e richiede monitoraggio clinico stretto, gestione delle complicanze respiratorie, cardiache e renali e, nei casi indicati, accesso precoce a terapia intensiva. Questo aspetto è particolarmente rilevante nelle forme cardiopolmonari, in cui l’evoluzione può essere fulminante.
La prevenzione si fonda sulla riduzione del contatto tra uomo e roditori: controllo degli accessi dei roditori negli edifici, conservazione sicura degli alimenti, igiene degli ambienti e corrette procedure di pulizia delle aree contaminate. In particolare, l’OMS raccomanda di evitare spazzamento a secco o aspirazione di escrementi di roditori e di inumidire le aree contaminate prima della rimozione, per ridurre la produzione di aerosol.
In ambito assistenziale, la Circolare del Ministero della Salute del 15/5/26 raccomanda l’utilizzo di occhiali/visiera, maschera facciale filtrante (FFP2 o FFP3), indumenti di protezione, guanti monouso, calzature con sovrascarpe. In caso di procedure ad elevato rischio di contaminazione, è opportuno utilizzare doppio guanto, copricapo e protezione di occhi e mucose. Evitare per quanto possibile procedure che possano generare aerosol; se non possibile, utilizzare un facciale filtrante FFP3 e protezione delle vie respiratorie in stanza a pressione negativa.
Fonti
Circolare Ministero della Salute 15 Maggio - https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2026&codLeg=112250&parte=1%20&serie=null
WHO - https://www.who.int/emergencies/disease-outbreak-news/item/2026-DON599
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